mercoledì
24
Giugno
ore 21:30

Info e prenotazioni

Biglietto unico € 2

Programma

LA GUERRA DEGLI ANGOLI

Introduzione alla serata

La Guerra degli Angoli si propone come un percorso attraverso due universi estetici solo apparentemente contigui, ma in realtà profondamente divergenti: la Francia di Jean-Baptiste Lully e Molière, e l’Italia di Giovanni Battista Pergolesi e Gennaro Antonio Federico.

Il titolo allude a un confronto che non si manifesta sul piano dello scontro diretto, bensì su quello più sottile delle forme, degli assetti stilistici e delle concezioni teatrali. L’immagine degli “angoli” nasce dalla diversa organizzazione dello spazio artistico: nella tradizione francese tutto è misura, simmetria, costruzione rigorosa; ogni gesto e ogni suono trovano posto entro un sistema stabile, quasi geometrico, che riflette l’ordine politico e sociale della corte di Luigi XIV. Gli “angoli”, in questo senso, rinviano alla cornice, al limite, alla struttura entro cui ogni elemento prende forma e acquista significato. A questa immagine si sovrappone idealmente anche la memoria di quella che, alcuni decenni più tardi, sarà chiamata guerre des Coins: la polemica che, tra il 1752 e il 1754, oppose i fautori della musica francese raccolti nel coin du Roi e i sostenitori dell’opera italiana identificati con il coin de la Reine, trasformando simbolicamente due “angoli” della sala in due opposte visioni del teatro musicale.

Nella tradizione italiana, al contrario, tali angoli sembrano piegarsi, sciogliersi, talvolta persino dissolversi. La musica aderisce all’azione, segue il ritmo della parola e della vita, si apre alla mobilità dei caratteri e alla trasformazione delle situazioni. La “guerra degli angoli” diventa così metafora del passaggio dalla fissità alla dinamica, dalla rappresentazione alla vita, dalla forma codificata all’energia del teatro musicale.

Non è un caso che già Giuseppe Mazzini accostasse i modelli francesi e italiani come espressioni di differenti visioni culturali. In questo senso, il progetto trova un sostegno ideale nella Domus Mazziniana di Pisa, che si ringrazia sentitamente per l’attenzione e la vicinanza a questa iniziativa.

Un ringraziamento particolare va inoltre al Royal Victoria Hotel di Pisa e al direttore Nicola Piegaia, per la disponibilità e per il contributo all’allestimento scenico, con tavolini, sedute e candelabro che accompagnano visivamente lo spettacolo.

Si desidera inoltre ringraziare il Festival di Musica Antica per aver accolto questo progetto nella propria programmazione, e in particolare il direttore Carlo Ipata, per la fiducia e l’attenzione riservate all’iniziativa.

Infine, si ringraziano il Teatro Didattico di Ateneo dell’Università di Pisa ed Eva Marinai, per il sostegno e la sensibilità dimostrata nei confronti di un’esperienza che intende mettere in dialogo il linguaggio della musica con quello della scena.

Il percorso della serata è guidato dalla figura di Coviello, servo e osservatore, che accompagna lo spettatore attraverso le vicende del Borghese gentiluomo e ne illumina i significati. Il testo recitato, concepito appositamente per questa occasione, non si sovrappone alla musica, ma intende offrirne una chiave di lettura unitaria, ponendosi come mediazione tra ascolto e comprensione.

Nella prima parte, dedicata a Lully, non verrà proposta l’opera nella sua interezza — la cui esecuzione richiederebbe il tempo disteso di un intero pomeriggio teatrale — ma una selezione di numeri presentati in chiave strumentale. Tale scelta non si configura come una semplice riduzione, bensì come il tentativo di ricostruire, attraverso il suono, l’atmosfera emotiva e stilistica del teatro lullyano, evocandone il contesto scenico senza ricorrere alla rappresentazione completa.

Nella seconda parte, con Pergolesi, entrano invece in scena le voci, e con esse un diverso modo di intendere il teatro musicale, più diretto, concreto, aderente alla vita e ai suoi conflitti.

Il borghese gentiluomo – Trama in sintesi

Il Borghese gentiluomo mette in scena Monsieur Jourdain, ricco borghese animato dal desiderio di elevarsi al rango nobiliare. Convinto che basti imitare le forme esteriori dell’aristocrazia per mutare la propria condizione, Jourdain prende lezioni di musica, danza, filosofia e buone maniere, ma resta incapace di comprendere davvero ciò che apprende. La sua imitazione si ferma alla superficie e lo espone costantemente al ridicolo.

Nel tentativo di inserirsi nel mondo elegante e mondano, egli si compromette in un goffo corteggiamento della marchesa Dorimène, trascurando la moglie e rivelandosi facile preda di ogni adulazione. Parallelamente si sviluppa la vicenda di Cléonte, innamorato della figlia di Jourdain, Lucilla. Ostacolato dal rifiuto del padre, che non lo ritiene sufficientemente nobile, Cléonte organizza con l’aiuto del servo Coviello una complessa messinscena.

Attraverso una finta cerimonia “turca”, Jourdain viene insignito del titolo di “Mamamouchi”, che egli interpreta come segno della propria elevazione sociale, mentre si tratta in realtà di una beffa. Dietro questo episodio si intravede anche un preciso antecedente storico: la visita alla corte di Luigi XIV di Soliman Aga, emissario del sultano Mehmed IV, nel 1669, accolta con grande sfarzo e conclusasi in un sostanziale fallimento diplomatico, tanto da trasformarsi ben presto, nella memoria di corte, in materia di parodia e satira scenica. Ingannato ma soddisfatto, egli acconsente così al matrimonio della figlia, convinto di agire finalmente da vero gentiluomo.

La vicenda si conclude senza che il protagonista subisca alcuna reale trasformazione: Jourdain resta prigioniero della propria illusione, mentre gli altri personaggi ottengono ciò che desiderano. In questo esito, Molière mette in luce con sottile ferocia l’impossibilità di modificare realmente le strutture sociali attraverso la sola imitazione delle apparenze.

La serva padrona – Trama e significato

Con La serva padrona, il quadro muta radicalmente. L’intermezzo di Pergolesi mette in scena Serpina, serva intelligente e determinata, e Uberto, suo padrone, indeciso e incapace di imporsi. Accanto a loro si colloca Vespone, servo muto ma essenziale nello sviluppo dell’azione.

Il rapporto tra Serpina e Uberto è già, fin dall’inizio, sbilanciato: Serpina esercita un dominio di fatto, mentre Uberto si limita a lamentarsi senza trovare la forza di restaurare la propria autorità. Quando egli annuncia l’intenzione di prendere moglie, nel tentativo di ristabilire l’ordine domestico, Serpina trasforma immediatamente questa minaccia in opportunità.

Con l’aiuto di Vespone, travestito da falso pretendente, costruisce una situazione di pressione che costringe Uberto a confrontarsi con i propri sentimenti. Temendo di perdere Serpina o di doverla cedere a un altro, Uberto finisce col riconoscere il proprio attaccamento e accetta di sposarla.

A differenza di quanto accade nel Borghese gentiluomo, qui l’azione produce un mutamento reale. La serva diventa davvero padrona, e il rapporto sociale si rovescia. L’opera non si limita a rappresentare un ordine già dato, ma mette in scena il suo superamento. In questo senso, La serva padrona segna emblematicamente il passaggio verso un teatro musicale capace di aderire più da vicino alla vita, ai suoi rapporti di forza, alle sue trasformazioni.

Conclusione

La “guerra degli angoli” si rivela così, in ultima analisi, come il passaggio da una concezione statica dell’arte e della società a una visione dinamica e processuale. Nella rigidità geometrica della corte francese gli individui restano intrappolati nei ruoli loro assegnati; nella vitalità teatrale dell’opera buffa italiana essi acquistano invece la capacità di agire e di modificare il proprio destino.

È in questo movimento — dal disegno alla vita, dalla forma all’azione, dalla cornice alla scena vissuta — che si compie il senso di questo percorso musicale e teatrale.

Manfred Giampietro

Nota

Il libretto integrale de La serva padrona, cui questo spettacolo si ricollega, è consultabile sul sito del Festival di Musica Antica.

THE WAR OF THE CORNERS

Introduction to the evening

The War of the Corners sets out to explore two aesthetic worlds that may appear adjacent, yet are in fact profoundly different: the France of Jean-Baptiste Lully and Molière, and the Italy of Giovanni Battista Pergolesi and Gennaro Antonio Federico.

The title points to a confrontation that does not unfold in the form of direct conflict, but rather on the subtler level of style, formal design, and theatrical conception. The image of the “corners” arises from the different organization of artistic space: in the French tradition everything is measure, symmetry, and rigorous construction; every gesture and every sound takes its place within a stable, almost geometric system that reflects the political and social order of the court of Louis XIV. In this sense, the “corners” refer to the frame, the boundary, the structure within which each element takes shape and acquires meaning. This image also evokes, in retrospect, what would later be known as the guerre des Coins, the Parisian controversy that, between 1752 and 1754, opposed the defenders of French music gathered in the coin du Roi to the supporters of Italian opera identified with the coin de la Reine, thus turning two “corners” of the theatre into two opposing visions of musical theatre.

In the Italian tradition, by contrast, such corners seem to bend, dissolve, and at times even disappear altogether. Music adheres to action, follows the rhythm of speech and life, opens itself to the mobility of characters and the transformation of situations. The “war of the corners” thus becomes a metaphor for the passage from fixity to dynamism, from representation to life, from codified form to the energy of musical theatre.

It is no coincidence that Giuseppe Mazzini himself juxtaposed French and Italian models as expressions of different cultural visions. In this sense, the project finds an ideal support in the Domus Mazziniana of Pisa, which we warmly thank for its attention and closeness to this initiative.

Special thanks are also due to the Royal Victoria Hotel in Pisa and its director Nicola Piegaia, for their generosity and for contributing to the stage setting with tables, chairs and candelabra that visually accompany the performance.

We would also like to thank the Festival of Early Music for including this project in its programme, and in particular its director Carlo Ipata, for the trust and attention devoted to this initiative.

Finally, we thank the Centro Teatrale di Ateneo of the University of Pisa and Eva Marinai for their support and sensitivity toward an experience that seeks to bring together the language of music and that of the stage.

The evening is guided by the figure of Coviello, servant and observer, who leads the audience through the events of Le Bourgeois gentilhomme and sheds light on their meaning. The spoken text, conceived especially for this occasion, does not overlap with the music, but rather aims to offer a unified interpretative key, serving as a mediation between listening and understanding.

In the first half, devoted to Lully, the work will not be presented in its entirety — whose performance would require the expansive duration of a full theatrical afternoon — but through a selection of numbers performed instrumentally. This choice is not intended as a mere reduction, but rather as an attempt to reconstruct, through sound, the emotional and stylistic atmosphere of Lully’s theatre, evoking its scenic context without resorting to a complete staging.

In the second half, with Pergolesi, voices enter the scene, and with them a different way of understanding musical theatre: more direct, more concrete, more closely connected with life and its conflicts.

Le Bourgeois gentilhomme – Plot summary

Le Bourgeois gentilhomme revolves around Monsieur Jourdain, a wealthy bourgeois whose great ambition is to rise to noble rank. Convinced that imitating the outward forms of aristocratic life will be enough to change his social condition, Jourdain takes lessons in music, dance, philosophy, and good manners, yet remains incapable of truly understanding what he learns. His imitation never goes beyond the surface and constantly exposes him to ridicule.

In his attempt to enter refined and worldly society, he entangles himself in an awkward courtship of the Marchioness Dorimène, while neglecting his wife and revealing himself to be an easy prey to flattery. At the same time, the story of Cléonte unfolds: in love with Jourdain’s daughter, Lucille, he is rejected by her father for not being noble enough. With the help of the servant Covielle, Cléonte devises an elaborate masquerade.

Through a mock “Turkish” ceremony, Jourdain is granted the title of “Mamamouchi”, which he interprets as a sign of social elevation, while in fact it is nothing but a joke at his expense. Behind this episode lies a specific historical precedent: the visit to the court of Louis XIV in 1669 of Soliman Aga, an emissary of Sultan Mehmed IV, which was received with great splendour yet ended in a substantial diplomatic failure, soon turning in court memory into material for parody and theatrical satire. Deceived yet delighted, Jourdain thus agrees to his daughter’s marriage, convinced that he is finally acting like a true gentleman.

The story ends without any real transformation on the protagonist’s part: Jourdain remains prisoner of his illusion, while the other characters obtain what they desire. In this ending, Molière lays bare, with subtle ferocity, the impossibility of truly changing social structures through the mere imitation of appearances.

La serva padrona – Plot and meaning

With La serva padrona, the framework changes radically. Pergolesi’s intermezzo presents Serpina, an intelligent and determined servant, and Uberto, her master, indecisive and unable to impose himself. Alongside them stands Vespone, a mute servant who is nonetheless essential to the development of the action.

From the very beginning, the relationship between Serpina and Uberto is unbalanced: Serpina effectively dominates the household, while Uberto does nothing but complain, lacking the strength to reassert his authority. When he announces his intention to marry, hoping to restore domestic order, Serpina immediately turns this threat into an opportunity.

With the help of Vespone, disguised as a false suitor, she creates a situation of pressure that forces Uberto to confront his own feelings. Fearing that he may lose Serpina or be forced to give her to another, Uberto eventually acknowledges his attachment and agrees to marry her.

Unlike what happens in Le Bourgeois gentilhomme, here action produces a real transformation. The servant truly becomes the mistress, and the social relationship is reversed. The work does not merely represent an already established order, but stages its overcoming. In this sense, La serva padrona stands as an emblematic step toward a kind of musical theatre more closely aligned with life, its balances of power, and its transformations.

Conclusion

The “war of the corners” thus ultimately reveals itself as the passage from a static conception of art and society to a dynamic and process-oriented one. Within the geometric rigidity of the French court, individuals remain trapped in the roles assigned to them; within the vitality of Italian comic opera, they acquire instead the capacity to act and to alter their own destiny.

It is in this movement — from design to life, from form to action, from frame to lived scene — that the meaning of this musical and theatrical journey is fulfilled.

Manfred Giampietro

Note

The full libretto of La serva padrona, to which this performance refers, may be consulted on the Festival of Early Music website.

 

Interpreti / Performers

Uberto: Alessandro Calamai

Serpina: Elisa Dell’Olio

Coviello / Vespone: Annalisa Petracca

Clavicembalo: Carlo Pernigotti

Interventi solistici di ripieno: Joel Kim, Tungalag Sanchir, Fiammetta Oddo Stradella, Laura Marchionne, Marco Puntoni, Giulio Bozzi, Piero Liuzzi

Regia scenica per la Serva padrona: Alessandro Calamai

Riadattamento in versi per Le bourgeois gentilhomme: Manfred Giampietro

Orchestra dell’Università di Pisa
Direttore:
Manfred Giampietro

 

Orchestra dell’Università di Pisa

Violini primi: Lucia Maggi, Tungalag Sanchir, Joel Kim, José Maza, Debora Napoli, Alessio Mannelli, Carlo Ribechini

Violini secondi: Paolo Campione, Laura Marchionne, Sebastiano Antognoli, Giulia Parisi, Eleonora Malloggi, Fiammetta Oddo Stradella, Amanda Longarini

Viole: Renata Benedetto, Marco Puntoni

Violoncelli: Piero Liuzzi, Giulio Bozzi, Milos Seyda

Contrabbasso: Luca Riccomini

 

Si ringraziano

Laura Marchionne (Responsabile organizzativo)

Sebastiano Antognoli (Referente archi)

Eleonora Malloggi, Giulia Parisi (Social media management)

Luigia Piccigallo, Oscar Papini (Archivio/parti)

LA GUERRA DEGLI ANGOLI

La Guerra degli Angoli

Testo drammaturgico originale di Manfred Giampietro,

Adattamento da Molière-Lully e Federico-Pergolesi – Anno: 2026

🎼 OUVERTURE – PROLOGO

(entra, guarda orchestra e pubblico)

Signori… occhio fino e orecchio attento:
ché qui si finge un mondo… tutto d’ornamento.

Io son Coviello — servo, per dirla chiara:
vengo da Napoli… dove la vita è meno cara.

Servo sì — ma con affetto sincero:
una fanciulla… che tengo nel pensiero.

Nicoletta si chiama — e, se sorte mi aiuta,
forse anche a me… la storia darà una battuta.

Ma state certi: prima che il gioco sia finito,
muterò nome… e servirò zittito.

Per ora guardo, ascolto… e intendo assai:
ché il servo vede sempre più, lo sai.

E adesso, prima ancora che il suono prenda via,
vi chiedo un poco… della vostra cortesia:

ché il Borghese gentiluomo, questa sera,
non giunge in scena nella forma intera.

Niente cantanti, niuna voce dichiarata:
la musica da sé vien presentata.

Anche dove si canta — è convenuto —
parleranno gli archi… col cembalo arguto,
che guida e sostiene con mano discreta:
voce non detta… ma sempre completa.

Scelta è che allude, più che mostrar davvero:
chiede un poco d’immaginar… ciò ch’è velato, svelo.

Come a corte di Francia, dal Re Sole ordinata,
dove ogni cosa è forma… lucida e pensata.

E già dice il maestro — in casa del borghese —
che, se il mondo apprendesse quest’arte cortese,
e ciascun coltivasse armonia con la mente,
non vi sarebber guerre… né armi tra la gente.

Parole lontane… ma non troppo, dirai:
ché ancor oggi il mondo… ne abbisogna assai.

E intanto, in casa nostra, un uomo si affanna:
Monsieur Jourdain — la vanità lo inganna.

Vuol farsi gentiluomo, a ogni costo e maniera:
e prende lezioni… fin dalla prima sera.

Musica, danza, parola: tutto dev’esser corretto —
anche il cuore, se serve… lo mette a libretto.

E questa guerra — a usar toni gentili —
che abbiam chiamato… “degli angoli” sottili,
non è di spade né di sangue versato,
ma di stili, di gusti… e di come s’è cantato.

Da un lato la Francia — misura e decoro,
dall’altro l’Italia — che rompe il lavoro,
e ride, e respira, e fa scena e passione,
mutando la musica in vera azione.

E là dove il padrone si studia e s’affanna,
spesso il servo l’osserva… e pian piano l’inganna.

E là dove la donna par chiusa e obbediente,
è spesso più sveglia… e conclude la mente.

Ché sotto la forma, tra inchini e decoro,
già cresce un riscatto… che val più dell’oro.

Ma questo, per ora, sia solo accennato:
più chiaro sarà… a gioco mutato.

Già Mazzini accostava — con fervido ingegno —
Lully e Pergolesi sotto medesimo segno:
due mondi lontani, eppur in contesa,
o forse in dialogo, un po’ a sorpresa.

Cominci dunque la lezione, con ordine e misura:
ché il padrone impara… e il servo ne ha cura.

MUSICA — OUVERTURE

🎼 ALLIEVA CHE COMPONE

Ed ora vedrete come nasce il sapere:
il padron vuol imparare… e tosto parere.

Il maestro qui insegna — con molto decoro —
ma più che l’arte… si coltiva l’oro.

Si cresce nei gesti, tra inchini misurati:
ché a corte si vive… di modi studiati.

Questa giovane allieva, con grazia distinta,
sul momento tesse la musica dipinta.

L’invenzione si finge davanti ai vostri occhi,
tra cenni discreti… e pensieri non sciocchi.

Il violino disegna, il cembalo sostiene:
lezione che insegna… e insieme trattiene.

E Jourdain ascolta, già pago e convinto:
si crede intendente… senz’aver mai distinto.

MUSICA — Violino e cembalo

🎼 SERENATA

Ed ecco il frutto della dotta lezione:
la musica divien dichiarazione.

Una serenata — morbida, misurata —
ove l’affetto si fa voce educata.

Sospirano i violini, l’arco si distende,
mentre il cembalo trama e sostiene dolcemente.

Tutto è grazia, equilibrio, fin maniera:
così s’ama allor… quando si cerca carriera.

Ma osservate il padrone: giudica ratto —

ché ciò che pare gentile e ben fatto,
a lui suona strano… e quasi inadatto.

MUSICA — Violino, archi e cembalo

🎼 CANZONE DI JOURDAIN

Questa dolce armonia, composta e leggera,
a Jourdain pare lontana… e insincera.

E allora decide — con tratto improvviso —
di farsi poeta… seguendo il suo avviso.

Un canto villano, direi da pastore:
con prati e con greggi… cui far lieto l’umore.

Poiché la sua voce non sempre lo assiste,
c’è un bel violoncello che meglio insiste:

canta, sospira, sostiene ogni accento —
con meno ambizione… ma più fondamento.

Si cimenta il padron… e il servo comprende:
chi vuole imitare… giammai apprende.

MUSICA — Violoncello solo

🎼 DIALOGUE EN MUSIQUE

E adesso si dice — ma in forma diversa:
la parola in suon qui viene conversa.

Due voci, due archi, si alternano piano:
si cercan, rispondono… seppur da lontano.

È canto amoroso, composto e ordinato:
si scambian promesse… con passo guidato.

Si giura costanza, si invoca virtù:
ogni cosa al suo posto… ma niente di più.

Or ditemi voi, ch’ascoltate in silenti,
se il cuore risponde a questi strumenti.

Spesso chi parla con tanta eleganza
la vita asconde… in tanta creanza.

E presto vedremo — se ben ricordate —
parole diverse e men lavorate:

più vive, più libere, meno adornate…
ma forse, per questo, più vere… ascoltate.

MUSICA — Violini solisti

📜 DALL’ATTO QUARTO

🎼 AIR À BOIRE

Ah… e intanto la lezione ha fatto strada:
il Nostro vien, con nuova sciarada.

Ora non bastano inchini e figura:
si tenta la via… più dolce ma scura.

Ha preparato un banchetto galante,
non per la moglie… ma per l’amante:

Attende Dorimène — tra grazia e sorriso —
e lui vuol piacere… con rubizzo suo viso.

Così, tra vivande e calici alzati,
si sciolgono i freni… un tempo serrati.

Ed ecco una musica lieta e sonora
che celebra il vino — conforto dell’ora:

riscalda la voce, rischiara il pensiero,
e rende ogni affetto… più facile e vero.

MUSICA — Aria del vino

🎼 CERIMONIA TURCA

Ed ecco, signori, fin dove si spinge
chi vuol mutar grado… e natura costringe.

Il nostro Jourdain, or sempre più ardito,
vuol farsi nobile… d’un tratto compìto.

Ma dove non basta né arte o lezione,
s’ordisce un inganno… con bella invenzione:

io stesso – e Cléonte – ho ordito la scena,
tra finte parole e parvenza serena.

La cerimonia è, tra lingue inventate,
sonori titoli… e pose studiate.

E lui, nella luce d’un gioco apparente,
si crede elevato… e ride contento.

Gli diamo un gran nome — d’effetto e di suono:
“Sei Mammalucco”… e lui crede sia dono.

Ma dall’Oriente or giunse costume:
gli ambasciatori portarono lume.

E a corte di Francia, tra moda e stupore,
si prese a imitare quel falso splendore.

Così tra archi imitanti accenti lontani
si compie l’inganno… per gli occhi umani.

MUSICA — Cerimonia

🎼 ARIA DEL MUFTÌ

E ora la scena si fa più solenne:
la burla si veste… di forma perenne.

Il Muftì compare — guida e dottore,
custode di rito e d’alto valore.

Attorno si muovon figure raccolte,
in ripetuti gesti ed arcane svolte.

Parole oscure, suono misurato,
come di sacro mistero evocato.

Ma la sua voce qui vive nascosta:
dal violoncello riprende la posta.

Ecco Jourdain, persuaso e contento,
si crede elevato… sopr’ogni intento.

Si pensa nobile d’Oriente lontano —
ma resta quello… che già era umano.

Il nome lo veste, ma non lo trasforma:
prigioniero resta… della sua forma.

MUSICA — Violoncello (Muftì)

🎭 FINALE

Così si chiude il gioco, cortese:
tra inganno leggero e rider palese.

Il nostro Jourdain, convinto e appagato,
ciò ch’era resta… e non è mutato.

A Corte di Francia — lo sappiam bene —
ciascuno rimane… dove conviene.

Si può voler tentare, imitare —
ma l’ordine resta… difficil da cambiare.

Cléonte ottiene Lucilla in isposa,
con astuzia propizia e fortuna gioiosa.

E io, che servo son, senza gran nome,
Nicoletta trovo… e le dono il mio cuore.

Così mentre chi sale rincorre apparenza,
chi resta più in basso… ottiene sostanza.

E forse qui — tra riso e finzione —
asconde Molière la sua lezione.

🎭 APPENDICE – INTERVALLO (verso SERVA PADRONA)

Signori, qui facciamo una pausa all’evento,
perché in ciò che segue… cambia il vento.

Fin qui la Francia — misura e decoro:
tutto al suo posto… e buon per loro.

Ora si scende a Napoli mia —
terra assai viva… e meno in bugia.

Ma ben badate: cambiano i suoni –
fin qui parlavano strumenti soli.

Ora le voci vanno in scena davvero:
s’apre il teatro… più vivo e sincero.

Qui l’ordine muta, si piega, si rigira:
una serva comanda… e un padrone sospira.

Tornate tra poco — e state a vedere:
non sempre il padrone… con-serva il potere!

Libretto

LA SERVA PADRONA

Intermezzo buffo in due atti

Libretto di

Gennarantonio Federico

dalla commedia omonima di

Jacopo Agnello Nelli

Musica di

Giovanni Battista Pergolesi

Serpina soprano

Uberto basso

Vespone, servo di Uberto che non parla mimo

Testo del libretto

 

INTERMEZZO PRIMO

 

Anticamera.

 

Uberto, non intieramente vestito, passeggiando, e quindi Vespone di lui Servo, che non parla.

Uberto

Aspettare, e non venire:

Stare a letto, e non dormire:

Ben servire, e non gradire:

Son tre cose da morire.

 

Questa è per me disgrazia!

Son tre ore, che aspetto, e la mia Serva

Portarmi il cioccolate non fa grazia;

Ed io d’uscire ho fretta.

O flemma benedetta! Or sì lo vedo,

Che, per esser sì buono con costei,

La causa son di tutti i mali miei.

Serpina

(chiamando dentro.)

Vien dimani

 

(a Vespone.)

E tu altro che fai?

A che qui te ne stai come un balocco?

 

(Vespone cerca scusarsi.)

Come? che dici? Eh sciocco! corri, rompiti

Presto il collo, sollecita,

Vedi, che fu.

 

(Vespone va dentro.)

Gran fatto! Io m’ho cresciuta

Questa Serva piccina,

Le ho fatto di carezze, l’ho tenuta

Come mia figlia fosse; ed ella ha preso

Perciò tanta arroganza,

Fatta è sì superbona,

Che alfin di SERVA diverrà PADRONA;

Ma bisogna risolversi in buonora.

E quell’altro babbion vi è morto ancora.

 

(Serpina, che vien contrastando con Vespone.)

Serpina

L’hai finita? Ho bisogno,

Che tu mi sgridi? . . . E pure! Io non sto comoda

Ti dissi.

Uberto

(Brava!)

Serpina

E torna! Se’l Padrone

Ha fretta, non ne ho io; il sai?

Uberto

(Bravissima!)

Serpina

Di nuovo? Oh tu da senno

Vai stuzzicando la pazienza mia

E vuoi, che un par di schiaffi alfin ti dia.

 

(e s’avventa contro Vespone il quale fugge, per ripararsi, verso Uberto.)

Uberto

Olà? dove si sta?

Olà, Serpina, non ti vuoi fermare?

Serpina

Lasciatemi insegnare

Le creanze a quel birbo.

Uberto

Ma in presenza del Padrone . . .

Serpina

Adunque,

Perche io son serva, ho ad esser sopraffatta,

Ho ad esser maltrattata?

No Signore: voglio esser rispettata,

Voglio esser riverita, come fossi

Padrona, arcipadrona, padronissima.

Uberto

Che diavol ha Vossignoria illustrissima?

Sentiam, che fu.

Serpina

Cotesto impertinente . . .

Uberto

(a Vespone che cerca rispondere)

Queto tu.

Serpina

Venne a me . . . .

Uberto

(a Vespone come sopra)

Queto ti ho detto.

Serpina

E con modi sì improprj.

Uberto

(a Vespone che cerca rispondere)

Queto queto, che sii tu maledetto.

 

(a Vespone adirandosi.)

Serpina

(minacciando Vespone.)

Ma me la pagherai.

Uberto

Io costui t’inviai.

Serpina

Ed a che fare?

Uberto

A che far? Non ti ho chiesto

Il cioccolate io?

Serpina

Ben, che per questo?

Uberto

E m’ave ad uscir l’anima aspettando,

Che mi si porti?

Serpina

E quando

Voi prenderlo dovete?

Uberto

Adesso, quando?

Serpina

E vi par ora questa? E’ tempo ormai

Di dover desinare.

Uberto

Adunque.

Serpina

Adunque

Io già nol preparal

Voi di men’ne farete,

Padron mio dolce, e ven’acqueterete.

Uberto

Vespone, ora che ho preso

Il cioccolate già,

Dimmi: buon prò vi faccia, e sanità.

 

(Vespone ride.)

Serpina

Di che ride quell’asino?

Uberto

Di me, che ho più flemma d’una bestia.

Ma io bestia non sarò,

Più flemma non avrò,

Il giogo scuoterò,

E quel, che non ho fatto, alfin farò.

 

(a Serpina)

Sempre in contrasti

Con te si sta!

E quà, e là,

E giù, e su,

E no, e sì.

Or questo basti

Finir si può.

(a Vespone)

Ma che ti pare?

Ho io a crepare?

Signor mio nò.

(a Serpina)

Però dovrai

Per sempre piangere

La tua disgrazia

E allor dirai,

Che ben ti sta.

(a Vespone.)

Che dici tu?

Non è così?

Ma così va.

Serpina

In somma delle somme, per attendere

Al vostro bene, io mal ne ho da ricevere,

Uberto

(a Vespone burlando Serpina.)

Poveretta! Lo senti?

Serpina

Per aver di voi cura, io sventurata

Debbo esser maltrattata.

Uberto

(a Vespone come sopra.)

Ma questo non va bene.

Serpina

Burlate si.

Uberto

Ma questo non conviene.

Serpina

E pur? qualche rimorso aver dovreste

Di farmi, e dirmi ciò, che dite, e fate.

Uberto

Cosi è: da dottoressa voi parlate.

Serpina

Voi mi state su i scherzi ed io m’arrabbio.

Uberto

(a Serpina.)

Non v’arrabbiate capperi.

 

(a Vespone.)

Ha raggione:

Tu non sai, che ti dice. Va dentro: prendimi

Il cappel, la perrucca, ed il bastone:

Che voglio uscir.

 

(Vespone entra.)

Serpina

Mirate!

Non ne fate una buona; e poi Serpina

E’ di poco giudizio.

Uberto

Ma lei

Che domine vuol mai da’fatti miei?

Serpina

Non vo, che usciate adesso;

Gli è mezzo di; dove volete andare?

Andatevi a spogliare.

Uberto

Eh va in malanno,

Che mi faresti . . .

Serpina

Oibò non occorre altro,

Io vo così: non uscirete: io l’uscio

A chiave chiuderò.

Uberto

Ma parmi questa

Massima impertinenza.

Serpina

Eh sì, suonò.

Uberto

Serpina, il sai, che rotta m’hai la tela?

Serpina

Stizzoso mio stizzoso,

Voi fate il borioso;

Ma non vi può giovare

Bisogna al mio divieto

Star queto, e non parlare,

Serpina vuol cosi.

 

Cred’io, che m’intendete:

Da che mi conoscete

Son molti, e molti dì.

Uberto

Benissimo. Hai tu inteso? Or al suo loco

Ogni cosa porrà Vossignoria:

 

(a Vespone il quale è uscito colla perrueca.)

Che la Padrona mia vuol, ch’io non esca.

Serpina

Così va bene. Andate, e non v’incresca.

 

(a Vespone il quale si ferma.)

Tu ti fermi? tu guardi?

Ti meravigli? Eh . . che vuol dir?

Uberto

Si fermati,

Guardami, meravigliati,

Fammi de’scherni, chiamami asinone,

Dammi anche un mascellone:

Ch’io queto mi starò;

Anzi la man da or ti bacerò.

 

(va per baciar la mano a Vespone.)

Serpina

Che fa . . . che fate?

Uberto

Scostati, malvagia,

Vattene, insolentaccia. In ogni conto

Vo finirla. Vespone, in questo punto,

In questo istante, trovami una moglie,

E fia anche un Arpia; al suo dispetto

Io mi voglio casare.

Così non dovrò stare

A questa manigolda più soggetto.

Serpina

Oh quì vi cadde l’asino? Casatevi,

Che fate ben; l’approvo.

Uberto

(a Serpina.)

L’approvate?

 

(a Vespone.)

Manco mal, l’approvò!

Dunque io mi caserò.

Serpina

E prenderete me.

Ubaldo

Te?

Serpina

Certo.

Ubaldo

Affè?

Serpina

Affè.

Ubaldo

Io non so chi mi tien . . . dammi il bastone.

Tanto ardir?

Serpina

Oh voi fare, e dir potrete:

Che null’altra, che me, sposar dovrete.

Ubaldo

Vattene, figlia mia . . . .

Serpina

Voleste dir mia: Sposa?

Ubaldo

O Stelle, o sorte!

Or questa è per me morte!

Serpina

O morte, ò vita,

Così esser de’ l’ho fisso già in pensiero.

Ubaldo

Questo è un altro diavolo più nero.

Serpina

Lo conosco a quegli occhietti,

Furbi, ladri, malignetti:

Che, se ben voi dite no,

Pur mi accennano di sì.

Ubaldo

Signorina, v’ingannate,

Troppo in alto voi volate:

Gli occhi, ed io vi dicon no,

Ed è un sogno questo si.

Serpina

Ma perche? Non son graziosa?

Non son bella, e spiritosa?

Su mirate leggiadria,

Ve’ che brio, che Maestà!

Ubaldo

(Eh costei mi va tentando:

Quanto val che me la fa?)

Serpina

(Ei mi par, che va calando.)

Via Signore . . .

Ubaldo

Eh vanne via.

Serpina

Risolvete . . .

Ubaldo

Eh matta sei.

Serpina

Son per voi gl’affetti miei,

E dovrete sposar me.

Ubaldo

(O che imbroglio egli è per me!)

 

Fine del Primo Intermezzo

 

 

INTERMEZZO SECONDO

 

Siegue Anticamera.

 

Serpina, e Vespone in abito di Soldato, indi Uberto vestito per uscire.

Serpina

Or, che fatto ti sei dalla mia parte,

Se l’inganno ha il suo effetto,

Se del Padrone io giungo ad esser sposa,

Tu da me chiedi, e avrai;

Di casa tu sarai

Il secondo padrone: io tel prometto.

Ubaldo

Io crederei, che la mia serva adesso,

Anzi, per meglio dir, la mia Padrona,

Di uscir di casa mi darà il permesso.

Serpina

Eccol. Guardate! e senza mia licenza

Pur si volle vestir.

Ubaldo

Or si che al sommo

Giunta è sua impertinenza.

Temeraria! e di nozze

Richiedermi ebbe ardir!

Serpina

(a Vespone.)

Ti asconderai

Per ora in quella stanza,

E a suo tempo uscirai.

 

(Vespone entra.)

Uberto

Oh qui sta ella?

 

(accorgendosi di Serpina.)

Facciam nostro dover. Posso, o non posso?

Vuole, o non vuol la mia Padrona bella?

 

(accennando a Serpina di voler uscire.)

Serpina

Eh Signor, già per me finito è il gioco

E più tedio fra poco

Per me non sentirà.

Ubaldo

Cred’io, che no.

Serpina

Prenderà moglie già.

Ubaldo

Cred’io, che sì

Ma non prenderò te.

Serpina

Cred’io, che no.

Ubaldo

Non affatto cosi è.

Serpina

Cred’io che sì,

Ma duopo è ancor, ch’io pensi a’ casi miei

Ubaldo

Pensaci: far lo dei.

Serpina

Io ci ho pensato.

Ubaldo

E ben?

Serpina

Per me un marito io mi ho trovato.

Ubaldo

Buon pro ti faccia. E lo trovasti a un tratto

Così già detto fatto?

Serpina

Più in un’ora

Venir suol, che in cent’anni.

Ubaldo

Alla buonora.

Posso saper chi egli è?

Serpina

L’è un militare.

Ubaldo

Ottimo affè! Come si fa chiamare?

Serpina

Il Capitan Tempesta.

Ubaldo

O brutto nome!

Serpina

E al nome sono i fatti

Corrispondenti: egli poco è flemmatico.

Ubaldo

Male.

Serpina

Anzi è lunatico.

Ubaldo

Peggio.

Serpina

Va presto in colera.

Ubaldo

Pessimo.

Serpina

E quando poi è incolerito,

Fa ruine, scompigli,

Fracassi . . . uh via via.

Ubaldo

Ci anderà mal la vostra Signoria.

Serpina

Perche?

Ubaldo

Se è lei così ghiribizzosa

Meco, ed è serva, or pensa

Con lui, essendo sposa; senza dubio

Il Capitan Tempesta

In colera anderà,

E lei di bastonate

Una tempesta avrà.

Serpina

A questo poi Serpina penserà.

Ubaldo

Me ne dispiacerebbe; al fin del bene

Io ti volli, e tu’l sai.

Serpina

Tanto obligata.

In tanto attenda a conservarsi, goda

Colla sua Sposa amata,

E di Serpina non si scordi affatto.

 

(Serpina finge, che le venga a piangere.)

Ubaldo

Ah! tel perdoni il Ciel: l’esser tu troppo

Boriosa venir mi fe a tal atto.

Serpina

A Serpina

Penserete

Qualche volta, in qualche dì;

E direte:

Ah poverina!

Cara un tempo ella mi fu.

(Ubaldo mostra di averne pietà.)

(Ei mi par, che già pian piano

S’incomincia a intenerir.)

 

S’io poi fui impertinente,

Mi perdoni: malamente

Mi guidai, lo vedo sì.

(va a baciar la mano ad Ubaldo ed ei glie la stringe.)

(Ei mi stringe per la mano:

Meglio il fatto non può gir.)

Ubaldo

(Ah! quanto mi ſa male

Di tal risoluzion; ma non colp’io.

Serpina

(Di pur fra te che vuoi:

Ch’ave a riuscir la cosa a modo mio.)

Ubaldo

Orsù non dubitare:

Che di te mai non mi saprò scordare.

Serpina

Vuol vedere il mio Sposo?

Ubaldo

Si l’avrei caro.

Serpina

Io manderò per lui;

Giù in piazza ei si trattien.

Ubaldo

Va.

Serpina

Con licenza.

 

(Serpina entra.)

Ubaldo

Or indovina chi sarà costui.

Forse la penitenza

Farà così di quanto

Ella ha fatto al Padrone.

S’è ver, come mi dice, un tal marito

La terrà fra la terra, ed il bastone.

Ah! poveretta lei!

Per altro io penserei . . . Ma ella è serva . . .

Ma il primo non faresti.

Dunque la sposeresti?

Basta . . . eh no no, non sia;

Su pensieri ribaldi, andate via.

Piano: io me l’ho allevata,

So poi com’ella è nata . . Eh che sei matto,

Piano di grazia . . eh non pensarci affatto!

Ma io ci ho passione . . .

E pur? Quella meschina . . e torna? o Dio

E siam da capo? O che confusione!

 

Son imbrogliato io già;

Ho un certo che nel core,

Che dir per me non so,

S’è amore,

O s’è pietà.

Sento un, che poi mi dice

Uberto, pensa a te.

 

Io sto fra’l sì, e’l no,

Fra’l voglio, e fra’l non voglio,

E sempre più m’imbroglio.

Ah misero infelice

Che mai sarà di me!

(Serpina, che torna con Vespone vestito come sopra.)

Serpina

Favorisca, Signor, passi.

 

(a Vespone il quale saluta Uberto.)

Uberto

(saluta Vespone.)

Oh padrone.

 

(a Serpina,)

E’ questi?

Serpina

Questi è desso.

Uberto

O brutta cosa!

Veramente ha una faccia tempestosa.

E così caro il Capitan Tempesta,

Si sposerà già questa mia Ragazza?

 

(Vespone a tutte le domande di Uberto affermerà.)

Oh ben. N’è già contento? Oh ben. Non vi ave

Difficulta? oh ben. (Egli mi pare,

Ch’abbia poche parole.)

Serpina

Anzi pochissime,

 

(Vespone fa segno a Serpina che venga a lui.)

Vuol me?

 

(a Vespone.)

Con sua permission.

 

(ad Uberto, e va da Vespone con cui si mette a parlar segreto.)

Uberto

E in braccio

A quel brutto nibbiaccio

Deve andar questa bella colombina?

Serpina

Sapete cosa ha detto?

Uberto

Di, Serpina.

Serpina

Che vuol, che mi diate

La dote mia . . .

Uberto

La dote tua? che dote?

Sei matta . . .

Serpina

Non gridate,

Ch’egli in furie darà.

Uberto

Può dar in furie,

Più di Orlando furioso,

Che a me punto non preme.

 

(Vespone mostra adirarsi.)

Serpina

Oh Dio! vedete pur, ch’egli già freme.

Uberto

(O che guai) va là tu.

 

(Serpina va a Vespone e parla con lui segreto.)

Statti a vedere,

Che costui mi farà . . . Ben cosa dice?

 

(a Serpina che torna ad Uberto.)

Serpina

Che vuol almeno quattro mila scudi.

Uberto

Canchero! oh questa è bella

Vuol una bagattella! Ah padron mio . . . . .

 

(a Vespone il quale s’infuria.)

Non Signore . . . Serpina . . .

Che mal abbia . . . Vespone,

Dove sei?

Serpina

Ma padrone,

Il vostro male andate voi cercando?

Uberto

Senti un po: con costui hai tu concluso.

Serpina

Io ho concluso, e non concluso . . . adesso

 

(va a Vespone, che l’ha chiamata.)

Uberto

Statti a veder, che questo

Maldetto Capitano

Farà precipitarmi.

Serpina

Ha egli detto . . .

Uberto

Che cosa ha detto? (Ei parla per interpetre.

Serpina

Che, o mi date la dote

Di quattro mila scudi,

O non mi sposerà.

Uberto

Ha detto?

Serpina

Ha detto.

Uberto

E, s’egli non ti sposa, a me che importa?

Serpina

Ma che mi avete a sposar voi . . .

Uberto

Ha detto?

Serpina

Ha detto, o ch’altrimenti

In pezzi ei vi farà.

Uberto

Oh questo non l’ha detto.

Serpina

E lo vedrà.

 

(Serpina fa cenno secretamente a Vespone, il quale infuriandosi, cava la spada, e corre verso Uberto.)

Uberto

L’ha detto sì Signore, e non s’incomodi:

Che, giache vuol per me così il destino,

Or io la sposerò.

Serpina

Mi dia la destra

In sua presenza.

Ubaldo

Si.

Serpina

Viva il Padrone.

Uberto

Va ben così?

Serpina

E di SERVA divenni io già PADRONA.

 

Contento tu sarai,

Avrai

Amor per me?

Ubaldo

Si che contento è il core,

E amore

Avrò per te.

Serpina

Di pur la verità.

Uberto

Questa è la verità.

Serpina

O Dio! mi par, che no.

Uberto

Non dubitar oibò!

Serpina

O sposo grazioso . . .

Uberto

Diletta mia sposetta . . .

Serpina e Uberto

Così / Sol tu

Mi fai goder.

Serpina

Se comandar vorrò,

Disgusto non avrai:

Or serva più non son.

Uberto

Disgusto non avrò

Se comandar vorrai;

Ma con discrezion.

Serpina

Quanto sei caro quanto!

Uberto

Quanto sei cara quanto!

Insieme

Quest’è per me piacer.

 

Fine del Secondo Intermezzo

 

ATTENZIONE!

Causa maltempo il concerto di stasera 30/06 di Modo Antiquo sarà spostato nella bellissima Chiesa di San Sisto

Vi informiamo che siamo in prossimità del “tutto esaurito” quindi chi volesse garantirsi il posto può recarsi presso la biglietteria della Fondazione Teatro di Pisa oppure chiamare lo 050.941188