LA GUERRA DEGLI ANGOLI
La Guerra degli Angoli
Testo drammaturgico originale di Manfred Giampietro,
Adattamento da Molière-Lully e Federico-Pergolesi – Anno: 2026
🎼 OUVERTURE – PROLOGO
(entra, guarda orchestra e pubblico)
Signori… occhio fino e orecchio attento:
ché qui si finge un mondo… tutto d’ornamento.
Io son Coviello — servo, per dirla chiara:
vengo da Napoli… dove la vita è meno cara.
Servo sì — ma con affetto sincero:
una fanciulla… che tengo nel pensiero.
Nicoletta si chiama — e, se sorte mi aiuta,
forse anche a me… la storia darà una battuta.
Ma state certi: prima che il gioco sia finito,
muterò nome… e servirò zittito.
Per ora guardo, ascolto… e intendo assai:
ché il servo vede sempre più, lo sai.
E adesso, prima ancora che il suono prenda via,
vi chiedo un poco… della vostra cortesia:
ché il Borghese gentiluomo, questa sera,
non giunge in scena nella forma intera.
Niente cantanti, niuna voce dichiarata:
la musica da sé vien presentata.
Anche dove si canta — è convenuto —
parleranno gli archi… col cembalo arguto,
che guida e sostiene con mano discreta:
voce non detta… ma sempre completa.
Scelta è che allude, più che mostrar davvero:
chiede un poco d’immaginar… ciò ch’è velato, svelo.
Come a corte di Francia, dal Re Sole ordinata,
dove ogni cosa è forma… lucida e pensata.
E già dice il maestro — in casa del borghese —
che, se il mondo apprendesse quest’arte cortese,
e ciascun coltivasse armonia con la mente,
non vi sarebber guerre… né armi tra la gente.
Parole lontane… ma non troppo, dirai:
ché ancor oggi il mondo… ne abbisogna assai.
E intanto, in casa nostra, un uomo si affanna:
Monsieur Jourdain — la vanità lo inganna.
Vuol farsi gentiluomo, a ogni costo e maniera:
e prende lezioni… fin dalla prima sera.
Musica, danza, parola: tutto dev’esser corretto —
anche il cuore, se serve… lo mette a libretto.
E questa guerra — a usar toni gentili —
che abbiam chiamato… “degli angoli” sottili,
non è di spade né di sangue versato,
ma di stili, di gusti… e di come s’è cantato.
Da un lato la Francia — misura e decoro,
dall’altro l’Italia — che rompe il lavoro,
e ride, e respira, e fa scena e passione,
mutando la musica in vera azione.
E là dove il padrone si studia e s’affanna,
spesso il servo l’osserva… e pian piano l’inganna.
E là dove la donna par chiusa e obbediente,
è spesso più sveglia… e conclude la mente.
Ché sotto la forma, tra inchini e decoro,
già cresce un riscatto… che val più dell’oro.
Ma questo, per ora, sia solo accennato:
più chiaro sarà… a gioco mutato.
Già Mazzini accostava — con fervido ingegno —
Lully e Pergolesi sotto medesimo segno:
due mondi lontani, eppur in contesa,
o forse in dialogo, un po’ a sorpresa.
Cominci dunque la lezione, con ordine e misura:
ché il padrone impara… e il servo ne ha cura.
▶ MUSICA — OUVERTURE
🎼 ALLIEVA CHE COMPONE
Ed ora vedrete come nasce il sapere:
il padron vuol imparare… e tosto parere.
Il maestro qui insegna — con molto decoro —
ma più che l’arte… si coltiva l’oro.
Si cresce nei gesti, tra inchini misurati:
ché a corte si vive… di modi studiati.
Questa giovane allieva, con grazia distinta,
sul momento tesse la musica dipinta.
L’invenzione si finge davanti ai vostri occhi,
tra cenni discreti… e pensieri non sciocchi.
Il violino disegna, il cembalo sostiene:
lezione che insegna… e insieme trattiene.
E Jourdain ascolta, già pago e convinto:
si crede intendente… senz’aver mai distinto.
▶ MUSICA — Violino e cembalo
🎼 SERENATA
Ed ecco il frutto della dotta lezione:
la musica divien dichiarazione.
Una serenata — morbida, misurata —
ove l’affetto si fa voce educata.
Sospirano i violini, l’arco si distende,
mentre il cembalo trama e sostiene dolcemente.
Tutto è grazia, equilibrio, fin maniera:
così s’ama allor… quando si cerca carriera.
Ma osservate il padrone: giudica ratto —
ché ciò che pare gentile e ben fatto,
a lui suona strano… e quasi inadatto.
▶ MUSICA — Violino, archi e cembalo
🎼 CANZONE DI JOURDAIN
Questa dolce armonia, composta e leggera,
a Jourdain pare lontana… e insincera.
E allora decide — con tratto improvviso —
di farsi poeta… seguendo il suo avviso.
Un canto villano, direi da pastore:
con prati e con greggi… cui far lieto l’umore.
Poiché la sua voce non sempre lo assiste,
c’è un bel violoncello che meglio insiste:
canta, sospira, sostiene ogni accento —
con meno ambizione… ma più fondamento.
Si cimenta il padron… e il servo comprende:
chi vuole imitare… giammai apprende.
▶ MUSICA — Violoncello solo
🎼 DIALOGUE EN MUSIQUE
E adesso si dice — ma in forma diversa:
la parola in suon qui viene conversa.
Due voci, due archi, si alternano piano:
si cercan, rispondono… seppur da lontano.
È canto amoroso, composto e ordinato:
si scambian promesse… con passo guidato.
Si giura costanza, si invoca virtù:
ogni cosa al suo posto… ma niente di più.
Or ditemi voi, ch’ascoltate in silenti,
se il cuore risponde a questi strumenti.
Spesso chi parla con tanta eleganza
la vita asconde… in tanta creanza.
E presto vedremo — se ben ricordate —
parole diverse e men lavorate:
più vive, più libere, meno adornate…
ma forse, per questo, più vere… ascoltate.
▶ MUSICA — Violini solisti
📜 DALL’ATTO QUARTO
🎼 AIR À BOIRE
Ah… e intanto la lezione ha fatto strada:
il Nostro vien, con nuova sciarada.
Ora non bastano inchini e figura:
si tenta la via… più dolce ma scura.
Ha preparato un banchetto galante,
non per la moglie… ma per l’amante:
Attende Dorimène — tra grazia e sorriso —
e lui vuol piacere… con rubizzo suo viso.
Così, tra vivande e calici alzati,
si sciolgono i freni… un tempo serrati.
Ed ecco una musica lieta e sonora
che celebra il vino — conforto dell’ora:
riscalda la voce, rischiara il pensiero,
e rende ogni affetto… più facile e vero.
▶ MUSICA — Aria del vino
🎼 CERIMONIA TURCA
Ed ecco, signori, fin dove si spinge
chi vuol mutar grado… e natura costringe.
Il nostro Jourdain, or sempre più ardito,
vuol farsi nobile… d’un tratto compìto.
Ma dove non basta né arte o lezione,
s’ordisce un inganno… con bella invenzione:
io stesso – e Cléonte – ho ordito la scena,
tra finte parole e parvenza serena.
La cerimonia è, tra lingue inventate,
sonori titoli… e pose studiate.
E lui, nella luce d’un gioco apparente,
si crede elevato… e ride contento.
Gli diamo un gran nome — d’effetto e di suono:
“Sei Mammalucco”… e lui crede sia dono.
Ma dall’Oriente or giunse costume:
gli ambasciatori portarono lume.
E a corte di Francia, tra moda e stupore,
si prese a imitare quel falso splendore.
Così tra archi imitanti accenti lontani
si compie l’inganno… per gli occhi umani.
▶ MUSICA — Cerimonia
🎼 ARIA DEL MUFTÌ
E ora la scena si fa più solenne:
la burla si veste… di forma perenne.
Il Muftì compare — guida e dottore,
custode di rito e d’alto valore.
Attorno si muovon figure raccolte,
in ripetuti gesti ed arcane svolte.
Parole oscure, suono misurato,
come di sacro mistero evocato.
Ma la sua voce qui vive nascosta:
dal violoncello riprende la posta.
Ecco Jourdain, persuaso e contento,
si crede elevato… sopr’ogni intento.
Si pensa nobile d’Oriente lontano —
ma resta quello… che già era umano.
Il nome lo veste, ma non lo trasforma:
prigioniero resta… della sua forma.
▶ MUSICA — Violoncello (Muftì)
🎭 FINALE
Così si chiude il gioco, cortese:
tra inganno leggero e rider palese.
Il nostro Jourdain, convinto e appagato,
ciò ch’era resta… e non è mutato.
A Corte di Francia — lo sappiam bene —
ciascuno rimane… dove conviene.
Si può voler tentare, imitare —
ma l’ordine resta… difficil da cambiare.
Cléonte ottiene Lucilla in isposa,
con astuzia propizia e fortuna gioiosa.
E io, che servo son, senza gran nome,
Nicoletta trovo… e le dono il mio cuore.
Così mentre chi sale rincorre apparenza,
chi resta più in basso… ottiene sostanza.
E forse qui — tra riso e finzione —
asconde Molière la sua lezione.
🎭 APPENDICE – INTERVALLO (verso SERVA PADRONA)
Signori, qui facciamo una pausa all’evento,
perché in ciò che segue… cambia il vento.
Fin qui la Francia — misura e decoro:
tutto al suo posto… e buon per loro.
Ora si scende a Napoli mia —
terra assai viva… e meno in bugia.
Ma ben badate: cambiano i suoni –
fin qui parlavano strumenti soli.
Ora le voci vanno in scena davvero:
s’apre il teatro… più vivo e sincero.
Qui l’ordine muta, si piega, si rigira:
una serva comanda… e un padrone sospira.
Tornate tra poco — e state a vedere:
non sempre il padrone… con-serva il potere!
Libretto
LA SERVA PADRONA
Intermezzo buffo in due atti
Libretto di
Gennarantonio Federico
dalla commedia omonima di
Jacopo Agnello Nelli
Musica di
Giovanni Battista Pergolesi
Serpina soprano
Uberto basso
Vespone, servo di Uberto che non parla mimo
Testo del libretto
INTERMEZZO PRIMO
Anticamera.
Uberto, non intieramente vestito, passeggiando, e quindi Vespone di lui Servo, che non parla.
Uberto
Aspettare, e non venire:
Stare a letto, e non dormire:
Ben servire, e non gradire:
Son tre cose da morire.
Questa è per me disgrazia!
Son tre ore, che aspetto, e la mia Serva
Portarmi il cioccolate non fa grazia;
Ed io d’uscire ho fretta.
O flemma benedetta! Or sì lo vedo,
Che, per esser sì buono con costei,
La causa son di tutti i mali miei.
Serpina
(chiamando dentro.)
Vien dimani
(a Vespone.)
E tu altro che fai?
A che qui te ne stai come un balocco?
(Vespone cerca scusarsi.)
Come? che dici? Eh sciocco! corri, rompiti
Presto il collo, sollecita,
Vedi, che fu.
(Vespone va dentro.)
Gran fatto! Io m’ho cresciuta
Questa Serva piccina,
Le ho fatto di carezze, l’ho tenuta
Come mia figlia fosse; ed ella ha preso
Perciò tanta arroganza,
Fatta è sì superbona,
Che alfin di SERVA diverrà PADRONA;
Ma bisogna risolversi in buonora.
E quell’altro babbion vi è morto ancora.
(Serpina, che vien contrastando con Vespone.)
Serpina
L’hai finita? Ho bisogno,
Che tu mi sgridi? . . . E pure! Io non sto comoda
Ti dissi.
Uberto
(Brava!)
Serpina
E torna! Se’l Padrone
Ha fretta, non ne ho io; il sai?
Uberto
(Bravissima!)
Serpina
Di nuovo? Oh tu da senno
Vai stuzzicando la pazienza mia
E vuoi, che un par di schiaffi alfin ti dia.
(e s’avventa contro Vespone il quale fugge, per ripararsi, verso Uberto.)
Uberto
Olà? dove si sta?
Olà, Serpina, non ti vuoi fermare?
Serpina
Lasciatemi insegnare
Le creanze a quel birbo.
Uberto
Ma in presenza del Padrone . . .
Serpina
Adunque,
Perche io son serva, ho ad esser sopraffatta,
Ho ad esser maltrattata?
No Signore: voglio esser rispettata,
Voglio esser riverita, come fossi
Padrona, arcipadrona, padronissima.
Uberto
Che diavol ha Vossignoria illustrissima?
Sentiam, che fu.
Serpina
Cotesto impertinente . . .
Uberto
(a Vespone che cerca rispondere)
Queto tu.
Serpina
Venne a me . . . .
Uberto
(a Vespone come sopra)
Queto ti ho detto.
Serpina
E con modi sì improprj.
Uberto
(a Vespone che cerca rispondere)
Queto queto, che sii tu maledetto.
(a Vespone adirandosi.)
Serpina
(minacciando Vespone.)
Ma me la pagherai.
Uberto
Io costui t’inviai.
Serpina
Ed a che fare?
Uberto
A che far? Non ti ho chiesto
Il cioccolate io?
Serpina
Ben, che per questo?
Uberto
E m’ave ad uscir l’anima aspettando,
Che mi si porti?
Serpina
E quando
Voi prenderlo dovete?
Uberto
Adesso, quando?
Serpina
E vi par ora questa? E’ tempo ormai
Di dover desinare.
Uberto
Adunque.
Serpina
Adunque
Io già nol preparal
Voi di men’ne farete,
Padron mio dolce, e ven’acqueterete.
Uberto
Vespone, ora che ho preso
Il cioccolate già,
Dimmi: buon prò vi faccia, e sanità.
(Vespone ride.)
Serpina
Di che ride quell’asino?
Uberto
Di me, che ho più flemma d’una bestia.
Ma io bestia non sarò,
Più flemma non avrò,
Il giogo scuoterò,
E quel, che non ho fatto, alfin farò.
(a Serpina)
Sempre in contrasti
Con te si sta!
E quà, e là,
E giù, e su,
E no, e sì.
Or questo basti
Finir si può.
(a Vespone)
Ma che ti pare?
Ho io a crepare?
Signor mio nò.
(a Serpina)
Però dovrai
Per sempre piangere
La tua disgrazia
E allor dirai,
Che ben ti sta.
(a Vespone.)
Che dici tu?
Non è così?
Ma così va.
Serpina
In somma delle somme, per attendere
Al vostro bene, io mal ne ho da ricevere,
Uberto
(a Vespone burlando Serpina.)
Poveretta! Lo senti?
Serpina
Per aver di voi cura, io sventurata
Debbo esser maltrattata.
Uberto
(a Vespone come sopra.)
Ma questo non va bene.
Serpina
Burlate si.
Uberto
Ma questo non conviene.
Serpina
E pur? qualche rimorso aver dovreste
Di farmi, e dirmi ciò, che dite, e fate.
Uberto
Cosi è: da dottoressa voi parlate.
Serpina
Voi mi state su i scherzi ed io m’arrabbio.
Uberto
(a Serpina.)
Non v’arrabbiate capperi.
(a Vespone.)
Ha raggione:
Tu non sai, che ti dice. Va dentro: prendimi
Il cappel, la perrucca, ed il bastone:
Che voglio uscir.
(Vespone entra.)
Serpina
Mirate!
Non ne fate una buona; e poi Serpina
E’ di poco giudizio.
Uberto
Ma lei
Che domine vuol mai da’fatti miei?
Serpina
Non vo, che usciate adesso;
Gli è mezzo di; dove volete andare?
Andatevi a spogliare.
Uberto
Eh va in malanno,
Che mi faresti . . .
Serpina
Oibò non occorre altro,
Io vo così: non uscirete: io l’uscio
A chiave chiuderò.
Uberto
Ma parmi questa
Massima impertinenza.
Serpina
Eh sì, suonò.
Uberto
Serpina, il sai, che rotta m’hai la tela?
Serpina
Stizzoso mio stizzoso,
Voi fate il borioso;
Ma non vi può giovare
Bisogna al mio divieto
Star queto, e non parlare,
Serpina vuol cosi.
Cred’io, che m’intendete:
Da che mi conoscete
Son molti, e molti dì.
Uberto
Benissimo. Hai tu inteso? Or al suo loco
Ogni cosa porrà Vossignoria:
(a Vespone il quale è uscito colla perrueca.)
Che la Padrona mia vuol, ch’io non esca.
Serpina
Così va bene. Andate, e non v’incresca.
(a Vespone il quale si ferma.)
Tu ti fermi? tu guardi?
Ti meravigli? Eh . . che vuol dir?
Uberto
Si fermati,
Guardami, meravigliati,
Fammi de’scherni, chiamami asinone,
Dammi anche un mascellone:
Ch’io queto mi starò;
Anzi la man da or ti bacerò.
(va per baciar la mano a Vespone.)
Serpina
Che fa . . . che fate?
Uberto
Scostati, malvagia,
Vattene, insolentaccia. In ogni conto
Vo finirla. Vespone, in questo punto,
In questo istante, trovami una moglie,
E fia anche un Arpia; al suo dispetto
Io mi voglio casare.
Così non dovrò stare
A questa manigolda più soggetto.
Serpina
Oh quì vi cadde l’asino? Casatevi,
Che fate ben; l’approvo.
Uberto
(a Serpina.)
L’approvate?
(a Vespone.)
Manco mal, l’approvò!
Dunque io mi caserò.
Serpina
E prenderete me.
Ubaldo
Te?
Serpina
Certo.
Ubaldo
Affè?
Serpina
Affè.
Ubaldo
Io non so chi mi tien . . . dammi il bastone.
Tanto ardir?
Serpina
Oh voi fare, e dir potrete:
Che null’altra, che me, sposar dovrete.
Ubaldo
Vattene, figlia mia . . . .
Serpina
Voleste dir mia: Sposa?
Ubaldo
O Stelle, o sorte!
Or questa è per me morte!
Serpina
O morte, ò vita,
Così esser de’ l’ho fisso già in pensiero.
Ubaldo
Questo è un altro diavolo più nero.
Serpina
Lo conosco a quegli occhietti,
Furbi, ladri, malignetti:
Che, se ben voi dite no,
Pur mi accennano di sì.
Ubaldo
Signorina, v’ingannate,
Troppo in alto voi volate:
Gli occhi, ed io vi dicon no,
Ed è un sogno questo si.
Serpina
Ma perche? Non son graziosa?
Non son bella, e spiritosa?
Su mirate leggiadria,
Ve’ che brio, che Maestà!
Ubaldo
(Eh costei mi va tentando:
Quanto val che me la fa?)
Serpina
(Ei mi par, che va calando.)
Via Signore . . .
Ubaldo
Eh vanne via.
Serpina
Risolvete . . .
Ubaldo
Eh matta sei.
Serpina
Son per voi gl’affetti miei,
E dovrete sposar me.
Ubaldo
(O che imbroglio egli è per me!)
Fine del Primo Intermezzo
INTERMEZZO SECONDO
Siegue Anticamera.
Serpina, e Vespone in abito di Soldato, indi Uberto vestito per uscire.
Serpina
Or, che fatto ti sei dalla mia parte,
Se l’inganno ha il suo effetto,
Se del Padrone io giungo ad esser sposa,
Tu da me chiedi, e avrai;
Di casa tu sarai
Il secondo padrone: io tel prometto.
Ubaldo
Io crederei, che la mia serva adesso,
Anzi, per meglio dir, la mia Padrona,
Di uscir di casa mi darà il permesso.
Serpina
Eccol. Guardate! e senza mia licenza
Pur si volle vestir.
Ubaldo
Or si che al sommo
Giunta è sua impertinenza.
Temeraria! e di nozze
Richiedermi ebbe ardir!
Serpina
(a Vespone.)
Ti asconderai
Per ora in quella stanza,
E a suo tempo uscirai.
(Vespone entra.)
Uberto
Oh qui sta ella?
(accorgendosi di Serpina.)
Facciam nostro dover. Posso, o non posso?
Vuole, o non vuol la mia Padrona bella?
(accennando a Serpina di voler uscire.)
Serpina
Eh Signor, già per me finito è il gioco
E più tedio fra poco
Per me non sentirà.
Ubaldo
Cred’io, che no.
Serpina
Prenderà moglie già.
Ubaldo
Cred’io, che sì
Ma non prenderò te.
Serpina
Cred’io, che no.
Ubaldo
Non affatto cosi è.
Serpina
Cred’io che sì,
Ma duopo è ancor, ch’io pensi a’ casi miei
Ubaldo
Pensaci: far lo dei.
Serpina
Io ci ho pensato.
Ubaldo
E ben?
Serpina
Per me un marito io mi ho trovato.
Ubaldo
Buon pro ti faccia. E lo trovasti a un tratto
Così già detto fatto?
Serpina
Più in un’ora
Venir suol, che in cent’anni.
Ubaldo
Alla buonora.
Posso saper chi egli è?
Serpina
L’è un militare.
Ubaldo
Ottimo affè! Come si fa chiamare?
Serpina
Il Capitan Tempesta.
Ubaldo
O brutto nome!
Serpina
E al nome sono i fatti
Corrispondenti: egli poco è flemmatico.
Ubaldo
Male.
Serpina
Anzi è lunatico.
Ubaldo
Peggio.
Serpina
Va presto in colera.
Ubaldo
Pessimo.
Serpina
E quando poi è incolerito,
Fa ruine, scompigli,
Fracassi . . . uh via via.
Ubaldo
Ci anderà mal la vostra Signoria.
Serpina
Perche?
Ubaldo
Se è lei così ghiribizzosa
Meco, ed è serva, or pensa
Con lui, essendo sposa; senza dubio
Il Capitan Tempesta
In colera anderà,
E lei di bastonate
Una tempesta avrà.
Serpina
A questo poi Serpina penserà.
Ubaldo
Me ne dispiacerebbe; al fin del bene
Io ti volli, e tu’l sai.
Serpina
Tanto obligata.
In tanto attenda a conservarsi, goda
Colla sua Sposa amata,
E di Serpina non si scordi affatto.
(Serpina finge, che le venga a piangere.)
Ubaldo
Ah! tel perdoni il Ciel: l’esser tu troppo
Boriosa venir mi fe a tal atto.
Serpina
A Serpina
Penserete
Qualche volta, in qualche dì;
E direte:
Ah poverina!
Cara un tempo ella mi fu.
(Ubaldo mostra di averne pietà.)
(Ei mi par, che già pian piano
S’incomincia a intenerir.)
S’io poi fui impertinente,
Mi perdoni: malamente
Mi guidai, lo vedo sì.
(va a baciar la mano ad Ubaldo ed ei glie la stringe.)
(Ei mi stringe per la mano:
Meglio il fatto non può gir.)
Ubaldo
(Ah! quanto mi ſa male
Di tal risoluzion; ma non colp’io.
Serpina
(Di pur fra te che vuoi:
Ch’ave a riuscir la cosa a modo mio.)
Ubaldo
Orsù non dubitare:
Che di te mai non mi saprò scordare.
Serpina
Vuol vedere il mio Sposo?
Ubaldo
Si l’avrei caro.
Serpina
Io manderò per lui;
Giù in piazza ei si trattien.
Ubaldo
Va.
Serpina
Con licenza.
(Serpina entra.)
Ubaldo
Or indovina chi sarà costui.
Forse la penitenza
Farà così di quanto
Ella ha fatto al Padrone.
S’è ver, come mi dice, un tal marito
La terrà fra la terra, ed il bastone.
Ah! poveretta lei!
Per altro io penserei . . . Ma ella è serva . . .
Ma il primo non faresti.
Dunque la sposeresti?
Basta . . . eh no no, non sia;
Su pensieri ribaldi, andate via.
Piano: io me l’ho allevata,
So poi com’ella è nata . . Eh che sei matto,
Piano di grazia . . eh non pensarci affatto!
Ma io ci ho passione . . .
E pur? Quella meschina . . e torna? o Dio
E siam da capo? O che confusione!
Son imbrogliato io già;
Ho un certo che nel core,
Che dir per me non so,
S’è amore,
O s’è pietà.
Sento un, che poi mi dice
Uberto, pensa a te.
Io sto fra’l sì, e’l no,
Fra’l voglio, e fra’l non voglio,
E sempre più m’imbroglio.
Ah misero infelice
Che mai sarà di me!
(Serpina, che torna con Vespone vestito come sopra.)
Serpina
Favorisca, Signor, passi.
(a Vespone il quale saluta Uberto.)
Uberto
(saluta Vespone.)
Oh padrone.
(a Serpina,)
E’ questi?
Serpina
Questi è desso.
Uberto
O brutta cosa!
Veramente ha una faccia tempestosa.
E così caro il Capitan Tempesta,
Si sposerà già questa mia Ragazza?
(Vespone a tutte le domande di Uberto affermerà.)
Oh ben. N’è già contento? Oh ben. Non vi ave
Difficulta? oh ben. (Egli mi pare,
Ch’abbia poche parole.)
Serpina
Anzi pochissime,
(Vespone fa segno a Serpina che venga a lui.)
Vuol me?
(a Vespone.)
Con sua permission.
(ad Uberto, e va da Vespone con cui si mette a parlar segreto.)
Uberto
E in braccio
A quel brutto nibbiaccio
Deve andar questa bella colombina?
Serpina
Sapete cosa ha detto?
Uberto
Di, Serpina.
Serpina
Che vuol, che mi diate
La dote mia . . .
Uberto
La dote tua? che dote?
Sei matta . . .
Serpina
Non gridate,
Ch’egli in furie darà.
Uberto
Può dar in furie,
Più di Orlando furioso,
Che a me punto non preme.
(Vespone mostra adirarsi.)
Serpina
Oh Dio! vedete pur, ch’egli già freme.
Uberto
(O che guai) va là tu.
(Serpina va a Vespone e parla con lui segreto.)
Statti a vedere,
Che costui mi farà . . . Ben cosa dice?
(a Serpina che torna ad Uberto.)
Serpina
Che vuol almeno quattro mila scudi.
Uberto
Canchero! oh questa è bella
Vuol una bagattella! Ah padron mio . . . . .
(a Vespone il quale s’infuria.)
Non Signore . . . Serpina . . .
Che mal abbia . . . Vespone,
Dove sei?
Serpina
Ma padrone,
Il vostro male andate voi cercando?
Uberto
Senti un po: con costui hai tu concluso.
Serpina
Io ho concluso, e non concluso . . . adesso
(va a Vespone, che l’ha chiamata.)
Uberto
Statti a veder, che questo
Maldetto Capitano
Farà precipitarmi.
Serpina
Ha egli detto . . .
Uberto
Che cosa ha detto? (Ei parla per interpetre.
Serpina
Che, o mi date la dote
Di quattro mila scudi,
O non mi sposerà.
Uberto
Ha detto?
Serpina
Ha detto.
Uberto
E, s’egli non ti sposa, a me che importa?
Serpina
Ma che mi avete a sposar voi . . .
Uberto
Ha detto?
Serpina
Ha detto, o ch’altrimenti
In pezzi ei vi farà.
Uberto
Oh questo non l’ha detto.
Serpina
E lo vedrà.
(Serpina fa cenno secretamente a Vespone, il quale infuriandosi, cava la spada, e corre verso Uberto.)
Uberto
L’ha detto sì Signore, e non s’incomodi:
Che, giache vuol per me così il destino,
Or io la sposerò.
Serpina
Mi dia la destra
In sua presenza.
Ubaldo
Si.
Serpina
Viva il Padrone.
Uberto
Va ben così?
Serpina
E di SERVA divenni io già PADRONA.
Contento tu sarai,
Avrai
Amor per me?
Ubaldo
Si che contento è il core,
E amore
Avrò per te.
Serpina
Di pur la verità.
Uberto
Questa è la verità.
Serpina
O Dio! mi par, che no.
Uberto
Non dubitar oibò!
Serpina
O sposo grazioso . . .
Uberto
Diletta mia sposetta . . .
Serpina e Uberto
Così / Sol tu
Mi fai goder.
Serpina
Se comandar vorrò,
Disgusto non avrai:
Or serva più non son.
Uberto
Disgusto non avrò
Se comandar vorrai;
Ma con discrezion.
Serpina
Quanto sei caro quanto!
Uberto
Quanto sei cara quanto!
Insieme
Quest’è per me piacer.
Fine del Secondo Intermezzo