mercoledì
24
Giugno
ore 18:00

Info e prenotazioni

Biglietto unico € 10 + Ingresso al Museo

Il diritto alla riduzione sarà controllato all’ingresso del concerto

Per visite guidate prima del concerto contattare il numero 324.0018050 (via Whatsapp)

Haendel, Monteverdi, Strozzi, Cavalli

Programma

Attraverso questa carrellata tra i maggiori compositori del Seicento italiano per giungere all’acclamatissimo Haendel, che pure si forma in Italia, si delineano trame, affetti e contrasti tipici e modernissimi, sia per le arditezze musicali a cui arrivano Cavalli e Strozzi, sia per la potenza drammaturgica, rappresentata dal magnifico Claudio Monteverdi e dal romano Sances nel loro tipico declamato – arioso che portano musica e parola ad un unicum.
In entrambe e le scene di Ottavia e di Proserpina, declamate in un maturo Recitar Cantando, vengono descritti con modulazioni improvvise i cambi repentini degli affetti che riportano in maniera molto intensa condizioni di donne combattute dalla frustrazione di amare e di subire dallo stesso oggetto del loro amore innumerevoli tormenti.
Strozzi e il suo maestro Francesco Cavalli esprimono l’una l’esaltazione delle lacrime e l’altro il dolore e la rassegnazione attraverso grandi liricità che per l’epoca possono definirsi strumentali: all’interno di una danza di passacaglia sono inseriti dalla “serenissima cantatrice” delle lunghe frasi a carattere improvvisativo che esplorano tutto il registro vocale di soprano, e in Cavalli un ritorno alla declamazione ariosa ma sempre in ambito di danza, incorniciata da un vorticoso basso discendente cromatico, estremamente doloroso.
Il programma presenta un’ultima sezione di brani di G.F. Haendel. Dalle Suites del 1720 per tastiera raccolte con l’intento di rappresentare all’interno delle stesse opere strumentali opere composite contenenti stilemi diffusi nelle varie parti d’Europa e riunire quindi all’interno della singola suite brani in stile francese, italiano e tedesco, sempre permeate dalla sua magnifica originalità formale e armonica.
In “Sì, son quella” Alcina vive un momento di vulnerabilità che viene espressa dall’autore nella sua tipica scrittura a “sospiro” ossia una tecnica compositiva che interrompe la linea vocale con pause che incorniciano parole e versi in maniera da facilitare l’accentuazione del testo drammatico. Anche in questo caso la protagonista è sospesa tra due affetti contrastanti: orgoglio e malinconia.
Lascia ch’io pianga, aria tra le più celebri del Caro sassone, esprime la dolente rassegnazione di Almirena, prigioniera, con una linearità della melodia quasi disarmante per l’inconsueta semplicità, risultando allo stesso tempo di grande impatto emotivo.

Barbara Strozzi (Venezia 1619— Padova, 1677)
L’Eraclito amoroso, Cantate, arie e duetti Op. 2

Giovanni Felice Sances
(Roma 1600 — Vienna 1679)
Proserpina gelosa
“Da’ piu’ profondi orrori” – Cantata per voce e basso continuo

Claudio Monteverdi
(Cremona 1567— Venezia 1643)
“Disprezzata regina” dall’opera L’Incoronazione di Poppea

Francesco Cavalli
(Crema,1602 – Venezia 1676)
“L’alma fiacca svani’” dall’opera La Didone

Henry Purcell
(Westminster, 1659 – Londra,1695)
“When I’m laid in hearth” dall’opera “Dido and Aeneas”

Georg Friedrich Händel
(Halle,1685- Londra,1759)
Dalla Suite per tastiere in Re min. HWV 428
Preludio “Sì, son quella” dall’opera Alcina

Dalla Suite per tastiere in Fa maggiore HWV 427

Adagio “Lascia ch’io pianga” dall’opera Rinaldo

 

Barbara Strozzi
Eraclito amoroso

Udite amanti la cagione, oh Dio,
ch’a. lagrimar mi porta:
nell’adorato e bello idolo mio,
che sì fido credei, la fede è morta.
Vaghezza ho sol di piangere,
mi pasco sol di lagrime,
il duolo è mia delizia
e son miei gioie i gemiti.
Ogni martie aggradami,
ogni dolor dilettami,
i singulti mi sanano,
i sospir mi consolano.
Ma se la fede negami
quell’incostante e perfido,
almen fede serbatemi
sino alla morte, o lagrime!
Ogni tristezza assalgami,
ogni cordoglio eternisi,
tanto ogni male affliggami
che m’uccida e sotterrimi.

Giovanni Felice Sances
Proserpina gelosa

Da più profondi orrori
Là dove eterna notte
Di caligini eterne imbruna il Cielo
Ne vegno gelosissima furente
Scapigliata languente
A’ questo ciel di vivi raggi ornato
Per ritrovar del sotteraneo impero
Il mio bel traditor Pluto severo
Il sole ha già tre volte
Alzato il crin da l’onde
Tuffato il crin ne l’onde
Da ch’ei non gira al mio languido volto
Sotto due neri poli
I suoi gemini soli
Io lassa ho penetrato
Fin dove s’ode del Trifauce orrendo
I latrati tremendi
E dove Stigeo spirto imprime audace
Ne più tetri sentieri orme di foco
Per ritrovarlo e impaziente ho scorso
I campi fortunati
Ove l’alme felici
De l’Empirea magion provan le gioie
Ne lo scorsi ò me trista o me dolente
Chi vuoi tù che comparta
Barbaro Re di Dite le pene à rei?
E l’altre leggi imponga
A l’anime perdute
Chi co l’alzar d’un ciglio
Faccia tremar su l’infocati fronti
Le serpi à l’Empie Erinni
Se non sei tù crudele
Cerbero coi latrati
Più non assorda il popolato inferno
Sovra il tuo ferreo seggio
Più non s’asside e più non si riposa
L’orribiltà superna e maestosa
Torna dunque dhe torna
O di questo mio cor prima delizia
A serenar queste mie fosche luci
A solevar le mie speranze opresse
Torna dunque dhe torna
Lassa che dico? Ah misera chi chiamo?
Il fuggitivo ha di diamante il core
E prova nel suo petto
Foco d’inferno e non fiamma d’Amore
Sposo non dirò più ma traditore.
Perché rapirmi? e’l virginal mio fiore
Coglier su’l bel matin degl’anni miei
Se lasciarmi dovevi
Frà sì torbidi giorni e cosi grevi
Forse tù lo facesti
Per darti amico vanto
Che sai rapir per condannare al pianto
Sù sù tartaree suore
Scotete homai scotete
Le corone con teste (conteste)
Di sibilanti fulmini d’Averno
Movete i passi ombrossi
Fra balse accese ed infocati sassi
Frà scoscesi dirupi ed erte moli
Frà paludosi stagni
Fra grotte òpache e cavernosi Monti
Movete i Briarei con cento mani
E le Sfingi, e i Pitoni
Cerberi, e Gerioni
L’immonde Arpie e quanti mostri asconde
Il sotterraneo Impero
Contro l’empio Consorte
Crudo più de l’Inferno e de la morte
Funeste piagge ecco vi lascio e corro
Alle selve al mio cielo
Cacciatrice immortal candida Luna
Già mi invita a partire
Geloso sdegno e gelosia sdegnata
Tradita abbandonata.

Claudio Monteverdi
L’incoronazione di Poppea – Ottavia

Disprezzata Regina,
Dei monarca romano afflitta moglie,
Che fò, ove son, che penso?
O delle donne miserabil sesso:
Se la natura e’l cielo
Libere ci produce,
Il matrimonio cinatena serve.
Se concepiamo l’huomo
Al nostr’empio tiran formiam le membra,
Allatiamo il carnefice crudele,
Che ci scarna e ci svena,
E siam forzate per indegna sorte
A noi medesme partorir la morte.
Nerone, empio Nerone,
Marito, o Dio, marito
Bestemmiato pur sempre,
E maledetto dai cordogli miei,
Dove ohimè, dove sei?
In braccio di Poppea,
Tu dimori felice e godi, e intanto
Il frequente cader de’ pianti miei
Pur va quasi formando
Un diluvio di specchi, in cui tu miri
Dentro alle tue delizie i miei martiri.
Destin, se stai là su,
Giove ascoltami tu,
Se per punir Nerone
Fulmini tu non hai,
D’impotenza t’accuso,
D’inguistizia t’incolpo,
Ahi, trapasso tropp’oltre, e me ne pento,
Sopprimo, e spelisco
In taciturne angoscie
il mio tormento.
La Didone – Cassandra
L’alma fiacca svanì,
la vita ohimè spirò,
Corebo, o dio morì,
e sola mi lasciò,
per sposa ei mi voleva, e io qui piango
prima che sposa, vedova rimango.
La vita così va,
anco mio padre il re
nel fin di grave età
regno, e vita perdé.
Del senso umano o debolezza, o scorno
su i secoli disegna, e vive un giorno.
Cassandra, e che di te
questa notte sarà?
S’aita più non c’è
la tua vita cadrà.
O della patria mia stragi fatali,
o in van da me profetizzati mali.
Nel tempio io tornerò
i numi a supplicar,
altrove andar non so,
sia guardia mia l’altar;
e s’all’altar morrò, vi prego, o dèi,
le vittime a gradir de’ spirti miei.

Henry Purcell
La morte di Didone

Thy hand, Belinda,
darkness shades me.
On thy bosom let me rest,
more I would,
but Death invades me;
Death is now a welcome guest.
When I am laid in earth,
May my wrongs create
no trouble in thy breast;
remember me, but
ah! forget my fate.

Traduzione
La tua mano, Belinda;
le tenebre mi fan velo,
Lascia ch’io riposi sul tuo seno;
Di più vorrei,
ma la morte mi assale;
Ora la Morte è un’ospite gradita.
Quando distesa sarò nella terra,
i miei mali non suscitino
Alcun tormento nel tuo petto.
Ricòrdati di me! ma,
ah! dimentica la mia sorte!
[Ritornello]

Georg Friedrich Haendel
Sì son quella

Sì, son quella, non più bella,
non più cara agli occhi tuoi;
ma se amar tu non mi vuoi,
infedel, deh, non m’odiar.
Chiedi al guardo, alla favella,
se son quella, dillo, ingrato,
al tuo core mentitore,
che mi vuole rinfacciar.
Da Rinaldo – Almirena
Lascia ch’io pianga
Mia cruda sorte
E che sospiri
La libertà
Lascia ch’io pianga
Mia cruda sorte
E che sospiri
La libertà
E che sospiri
E che sospiri
La libertà
Lascia ch’io pianga
Mia cruda sorte
E che sospiri
La libertà
Il duolo infranga
Queste ritorte
De’ miei martiri
Sol per pietà
De’ miei martiri
Sol per pietà
Lascia ch’io pianga
Mia cruda sorte
E che sospiri
La libertà

ATTENZIONE!

Causa maltempo il concerto di stasera 30/06 di Modo Antiquo sarà spostato nella bellissima Chiesa di San Sisto

Vi informiamo che siamo in prossimità del “tutto esaurito” quindi chi volesse garantirsi il posto può recarsi presso la biglietteria della Fondazione Teatro di Pisa oppure chiamare lo 050.941188